Perché non sei mai soddisfatto, anche quando ottieni ciò che vuoi

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Cristina Bari e Dario Perlangeli | fondatori di “Metodo InCima"

Parliamo di

C’è un momento, dopo ogni vittoria, che nessuno racconta mai. Non è quello dell’aumento, del sì, della cosa finalmente ottenuta. Quello lo conosci. È il momento dopo, due giorni dopo, quando senza un motivo al mondo, ti ritrovi addosso un vuoto leggero, e ti scopri già a guardare la prossima cosa, come se quella appena presa, in fondo, non fosse mai bastata.

Se lo riconosci, questa storia parla di te. E parte da una notizia che, te lo dico, toglie un peso: non hai niente di rotto. Stai solo confondendo due cose che sembrano gemelle e non lo sono: il bisogno e il desiderio. È la confusione più comune del mondo, ed è esattamente il motivo per cui la soddisfazione piena, quella vera, ti sembra sempre ad un passo e non arriva mai.

Bisogno e desiderio: due motori diversi

La differenza, una volta che la vedi, cambia tutto.

Il bisogno si spegne. Hai fame, mangi, e per un po’ tace. Uguale per un bicchiere d’acqua: lo bevi, la sete sparisce, fine della storia.

Il desiderio, invece, fa l’esatto contrario ed è qui che si nasconde l’inganno.

Non si spegne mai. Si sposta.

Pensa all’orizzonte: cammini, cammini, e quello resta sempre lì, alla stessa distanza. Se tratti il desiderio esattamente come un bisogno, aspettando che “si chiuda”, hai già firmato per restare deluso ogni singola volta.

Ma perché funziona così?

La risposta è nascosta all’inizio di tutto, e vale la pena tornarci.

Da neonato avevi solo bisogni puri: fame, freddo, il bisogno di contatto. Qualcuno li soddisfaceva per te, e qui c’è il punto che ti porterai dietro per la vita intera: insieme al cibo, al calore, ricevevi sempre anche l’attenzione di chi te li dava. Da quel momento, nella tua testa, le due cose sono diventate inseparabili. Ogni bisogno soddisfatto portava con sé un messaggio nascosto: qualcuno mi vede, qualcuno mi vuole.

Poi è arrivato il linguaggio, e con lui un piccolo dramma silenzioso. Ti ha costretto a chiedere cose precise “voglio questo”, “voglio quello”. Sotto ogni richiesta però ne batteva un’altra, che nessuna parola è mai riuscita a contenere davvero: dimmi che vale la pena occuparsi di me.

Lacan, a quello scarto invisibile tra ciò che chiedi e ciò che vuoi sul serio, diede un nome che ti accompagna fino in fondo: desiderio. Non un bisogno più grande. Quello che resta. Sempre. Anche dopo che hai avuto tutto.

Perché nessun traguardo ti basta davvero

Lascia che te lo mostri con la scena più semplice del mondo.

Un bambino vuole un giocattolo. Quello, e solo quello. Glielo compri, ed è felice da impazzire… per dieci minuti. Poi torna a tirarti la maglietta: ne vuole un altro. Fermati un attimo qui, perché c’è dentro tutto. Non era il giocattolo, il punto. Voleva che restassi lì, con lui. Il giocattolo era solo la parola più vicina che aveva trovato per chiederti una cosa molto, molto più grande.

E ora guardati. Fai la stessa identica scena, solo con oggetti che costano di più. La macchina, il lavoro nuovo, l’approvazione del capo, sempre con la stessa convinzione: adesso sì che il conto si chiude.

E invece niente. Perché sotto non stai comprando un oggetto.

Stai chiedendo di essere riconosciuto come degno, da qualcuno che conta, una volta per tutte. E quella firma non te la mette nessuna promozione, nessun complimento, nessun sì.

Ecco perché, appena arrivi, il desiderio è già scappato avanti. Non sta fallendo: sta facendo l’unica cosa per cui esiste, restare in moto. E qui c’è la verità che ribalta tutto: un desiderio davvero sazio sarebbe un desiderio morto. E con lui si spegnerebbe la parte di te che ogni mattina ti tira giù dal letto con qualcosa da cercare.

Quindi forse non è vero che “non ti basta mai niente”. Forse stai solo trattando come un guasto quello che è, semplicemente, un motore acceso.

Ma quel desiderio è davvero tuo?

E adesso preparati, perché arriva la domanda che fa più male di tutte. Quel desiderio che insegui da anni, sei sicuro che sia tuo?

Spesso, e l’ho visto succedere a persone bravissime, non lo è.

Senza che te ne accorgessi, è diventato il desiderio di qualcun altro, che a un certo punto hai indossato come fosse tuo. Quello che a casa, da piccolo, veniva premiato con un silenzio d’orgoglio. Quello che oggi ti grida addosso da un feed pieno di vite perfette. Insegui l’ufficio più grande, la casa più grande, finché un giorno ti fermi di colpo e pensi: ma questo lo volevo io? O era ciò che mio padre rispettava, ciò che il mio schermo applaude?

Lacan lo chiamava “il desiderio dell’Altro”. Impariamo a desiderare copiando ciò che desiderano gli altri, da quando siamo troppo piccoli per poter scegliere. Non è una colpa, si forma così chiunque, nessuno escluso. Ma da adulto, se non lo guardi mai in faccia, ti riporta sempre lì, alla stessa domanda che brucia piano: valgo? Finalmente valgo?

I due modi in cui cerchi valore nel posto sbagliato

E quella domanda, di solito, ti spinge su uno di due binari. Scommetto che ne riconosci almeno uno.

Il primo: ti carichi tutto sulle spalle. Il progetto del collega che arranca, il controllo su ogni dettaglio prima che lo veda qualcun altro, il “ci penso io” detto anche quando nessuno l’ha chiesto. Non perché serva davvero. Ma perché in quel “ci penso io” trovi la prova che senza di te qualcosa crollerebbe.

Il secondo è più silenzioso, e per questo più subdolo: sei sempre disponibile, per tutti. Rispondi a ogni messaggio, hai sempre qualcuno intorno. Eppure la sera, quando spegni il telefono, ti cade addosso una verità scomoda, nessuna di quelle conversazioni ti ha toccato davvero.

Due strade diverse, la stessa identica delusione. Non perché il traguardo fosse sbagliato, ma perché stavi chiedendo la cosa giusta, essere riconosciuto, ma alla porta sbagliata: fuori, da chi ti guarda, invece che dentro, dove vive ciò che senti davvero tuo.

Perché il riconoscimento vero, quello che tiene, non si accumula a colpi di benessere da cinque minuti. Arriva quando smetti di rincorrere tutto ciò che ti fa stare bene per un attimo, e cominci a muoverti in linea con quel desiderio più profondo: quello che ti abita anche quando non lo guardi. Quello che resta uguale anche quando smetti di mendicare l’applauso.

Cosa succede nel cervello: “volere” non è “gradire”

C’è anche una ragione fisica, sotto tutto questo ed è il motivo per cui, da solo, è quasi impossibile vederlo.

Il bisogno gira sui circuiti dell’equilibrio interno: torni a posto, e un segnale chimico chiude il cerchio. Il desiderio, invece, passa dalla dopamina, e si accende soprattutto nell’attesa, in quel “ce la farò o no?” sospeso a mezz’aria.

E qui arriva la scoperta che spiazza.

Il neuroscienziato Kent Berridge ha dimostrato che “volere” e “gradire”, nel cervello, sono due sistemi separati. Due cose diverse. Ecco perché puoi ottenere esattamente ciò che volevi, persino godertelo per un istante, e sentire che la parte di te che “vuole” è già scappata altrove, sul prossimo obiettivo, quello ancora incerto. È il carrello dell’e-commerce alle undici di sera: la scarica ce l’hai nel dito sospeso su “compra”, non nel pacco che arriva tre giorni dopo.

Questo spiega il vuoto del giorno dopo. Ma resta un mistero: perché a qualcuno quel vuoto diventa un chiodo fisso su quanto vale, e ad altri solo una nuvola che passa? La differenza sta in cosa, negli anni, si è agganciato a quella scintilla.

Ed è qui che la cosa diventa quasi inquietante. Lacan e le neuroscienze raccontano la stessa, identica storia, con due lingue diverse. Se da piccolo il “volere” si accendeva soprattutto attorno a ciò che ti portava attenzione e approvazione, il cervello ha imparato un’equazione che da adulto gira da sola, in automatico: ottengo, quindi mi vedono, quindi valgo. La stessa confusione di Lacan, riscritta nel codice dei circuiti di ricompensa. E se l’equazione è quella, ogni volta che il “volere” si riaccende non stai solo desiderando qualcosa. Stai rimettendo in gioco, da capo, quanto pensi di valere.

Perché da solo non riesci a vederlo

Il che ci lascia con la domanda decisiva: quanto, di ciò che senti mentre insegui un traguardo, è desiderio tuo, e quanto invece è quel vecchio automatismo, “se lo ottengo valgo”, che riparte senza chiederti il permesso?

E qui c’è il trabocchetto, ed è onesto ammetterlo: non è una domanda a cui puoi rispondere da solo, leggendo. Perché mentre sei dentro quel meccanismo, da dentro non lo distingui. Ti arriva e basta, come “questo lo voglio”, punto.

Serve un occhio allenato a coglierlo da fuori, nell’attimo esatto in cui scatta, sotto pressione, davanti a una scelta vera, capace di rimandarti indietro ciò che a te, da dentro, resta invisibile.

È un occhio che si costruisce solo in un modo: vent’anni passati dentro storie vere, accanto a persone vere. Non un test online, non un articolo. È tutta lì la distanza tra capire la teoria e vedersela accendere addosso, nel proprio comportamento.

Ed è da qui che nascono le tre capacità su cui lavoriamo in Fatti Valere!: la calma, per non saltare sull’istinto del “volere” nell’istante in cui scatta; l’autodeterminazione, per accorgerti, mentre scegli, se stai seguendo il tuo desiderio o quell’equazione imparata decenni fa; la flessibilità, per cambiare rotta senza doverti giustificare con nessuno, nemmeno con te stesso.

La domanda da farti la prossima volta

Allora facciamo un patto, tu e io. La prossima volta che ottieni una cosa che volevi e dopo due giorni senti già tornare quel vuoto leggero, non perdere tempo a chiederti cos’hai che non va.

Fatti la domanda vera, quella scomoda e precisa: questa fame che hai appena rimesso in moto — era davvero tua? O stavi ancora misurando quanto vali con un metro che ha imparato a contare decenni fa, e che da allora non hai più controllato?

E se vuoi imparare a riconoscerlo nell’istante esatto in cui accade, non a freddo, il giorno dopo, è proprio quello che alleniamo dal vivo.

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Se dentro di te senti che è il momento di fare sul serio, non ignorarlo. Inizia oggi il tuo percorso di coaching con il Metodo Incima.

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