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Voglio scrivere di solitudine. Sono ispirato dallo sforzo degli alberi del mio giardino, resilienti alla forza del vento, oggi molto forte.
Mi chiedo se gli alberi stiano lottando all’unisono contro questo vento o si sentano soli, ognuno nella sua personale esperienza di vita.

Non so esattamente quanti tipi di solitudine esistano. Posso parlare per esperienza personale e per averla letta negli occhi di centinaia di persone nei miei coaching.

Vedo ogni giorno la solitudine di persone sole a cui manca “tutto”: una moglie o un marito, un figlio, un lavoro gratificante, degli amici.
Vedo la solitudine di imprenditori e liberi professionisti a cui manca la “spalla” del collega o del socio con cui condividere le proprie gioie e sofferenze.
Vedo la solitudine di uomini e donne a cui non mancava nulla: una famiglia felice, un lavoro gratificante, tanti amici affettuosi.

Allora cos’è la solitudine?

Ho letto questa frase divertente e molto profonda di Massimo Troisi:
“Sono nato in una casa con 17 persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di 15 persone mi colgono violenti attacchi di solitudine “

 Mi ha colpito questa potente riflessione di Marco Aurelio:
In nessun luogo l’uomo può trovare un rifugio più tranquillo o più sereno che nella sua anima“.

E tra le infinite citazioni ho scelto quella di Aristotele:
“Chi è felice nella solitudine, o è una bestia selvaggia o un Dio”.

Quando mi sento solo non è solo perché mi mancano i miei figli, i miei amici, mia moglie o mia madre o i miei colleghi di lavoro. Mi sento solo perché mi manca l’appartenenza al tutto e l’intimità con Dio.

Hai mai provato a parlargli?  Ecco, se ne hai fatto esperienza puoi comprendermi. È l’unico che può aiutarmi a non sentirmi veramente solo.
Sono fortunato ad avere una splendida moglie, tre figli, un lavoro che amo e collaboratori che mi vogliono bene. Legami dall’infanzia e nuove fantastiche amicizie. Quando mi mancano mi sento solo, certo, ma non è questa la solitudine di cui parla Aristotele.

Per me ci sono due tipi di solitudine:
1.
la percezione terrena di essere soli
2. la percezione spirituale di non avere né di appartenere a nessuno.

Molte delle difficoltà umane sono legate ad una carenza di tipo spirituale. Sono davvero tantissime le persone che si sentono sole e sono infelici, anche se apparentemente non sembrerebbe mancargli nulla. E altrettante le persone che ritengono di poter colmare i propri vuoti interiori attraverso le cose. Attraverso il fare, l’ottenere, il possedere.

Non ho nulla contro il fare, l’ottenere e il possedere. Come molti o tutti sono immerso negli impegni quotidiani, ho appena comprato una bellissima casa, due figli all’università, un barbecue : ) e mi do un gran da fare per realizzare i miei progetti.

Ma…. c’è un “ma”.

Partecipa a :

Bari, ​Lunedi 24 Febbraio ​- ore 20 Villa de Grecis

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So perfettamente perché c’è un “ma” e ho anche pagato un prezzo alto per saperlo:
le condizioni esterne non possono in alcun modo essere causa della mia felicità o infelicità.

La felicità non è il piacere.
La felicità è nella definizione di Aristotele ciò che ti avvicina a Dio e in assenza della quale soffri la solitudine.
Il piacere, in contrapposizione al dolore, è quello che provi quando realizzi dei bisogni terreni. Salvo poi soffrirne la mancanza.

Da umani siamo ingabbiati nel dualismo dolore-piacere ma, come diceva Troisi, non gli sarebbero bastate 15 persone in casa ad evitargli gli attacchi di violenta solitudine.
Uno dei più grandi errori della nostra percezione è quello di confondere i vuoti interiori con le “mancanze” esteriori. È proprio questa la causa della solitudine.
Cercare rifugio nell’affetto della tua famiglia o di un compagno, ti può dare sicurezza e amore ma come accade per ogni bisogno, la sua soddisfazione genererà nuovi bisogni e dipendenze. Ed è comunque, tutto impermanente. Quello su cui puoi contare oggi, potrebbe non esserci più domani.

Questo è il meccanismo egoico che nulla a che fare con il bisogno di sentirsi appagati interiormente.
Ecco perché ci si sente soli.

Come diceva Marco Aurelio <il rifugio più tranquillo è nella nostra anima, nell’appartenenza a Dio>.
Non è un concetto religioso il mio. E qui potrei scrivere tantissimo, rischiando di allontanarmi dal mio intento iniziale: parlare di solitudine.

Pensa, io volevo solo dire che dobbiamo volerci più bene perché abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

Ne è venuto fuori uno scritto ben più profondo.
Nella mia esperienza personale ho vissuto lunghi decenni di profonda solitudine, durante i quali ho trovato rifugio nella ricerca del “piacere”. Il lavoro e lo studio hanno occupato gran parte del mio tempo.
Per fortuna non ho cercato il piacere in maniera poco sana. Tuttavia nulla di tutto ciò ha mai guarito pienamente il mio senso di solitudine.
Questo perché cercavo nel posto sbagliato. Pensavo di cercare la felicità invece rincorrevo il piacere.
Le volte in cui ho provato la soddisfazione, il piacere e la sensazione di aver vinto, da lì a qualche giorno lasciavano il posto ad un’amara sensazione di sconfitta, di vuoto, del nulla.

Come ne sono uscito?
Ho cominciato a comprendere per tentativi ed errori, in perfetto stile scientifico da autodidatta, di costante sperimentazione ed osservazione dei dati.
Il distacco dai miei figli dovuto ad una separazione, vent’anni fa, mi ha messo letteralmente al muro. Ho vissuto due fortissime sensazioni in contrasto tra loro: da un lato il fallimento come uomo e padre, dall’altro una forza sovrumana unita ad un bisogno famelico di riscatto.

Non potevo perdere ancora una volta i miei figli. Per me, rappresentavano il tutto.
Ho studiato e imparato a conoscere le dinamiche mentali alla base dei miei comportamenti, ho imparato il funzionamento del cervello e dei programmi mentali, ho svelato alcune verità nascoste che sabotavano costantemente i miei risultati.  E giorno dopo giorno ne sono uscito.
Il mio più grande apprendimento è stato quello di saper discernere i bisogni dell’ego dal mio vero Io. E quando provo solitudine so perfettamente dove si trova il vuoto da colmare.

Il secondo importante apprendimento è stato quello di imparare a chiedere aiuto e a offrire il mio aiuto. Non voglio vivere in solitudine nessuna delle mie esperienze. Adoro condividere: in famiglia, nel lavoro, in amicizia. Visto il mio lavoro da life coach, mi piace condividere con le persone che mi hanno scelto come guida o mentore per la realizzazione dei propri obiettivi.

La vita è più ancora più bella quando sai di poter contare su entrambe le tipologie di rifugi: le persone, fuori, e la tua anima e Dio, dentro.
Mi piace pensare che ognuno di quegli alberi stia lottando in solitudine, ma senta fortemente anche la potenza dell’unione con i propri compagni.

Dario Perlangeli

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Bari, ​Lunedi 24 Febbraio ​- ore 20 Villa de Grecis

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